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Figlio di un famoso cantante
dell'Opera imperiale di San Pietroburgo, fu avviato a studi di
diritto, ma nel 1903 divenne allievo privato di N.
Rimskij-Korsakov che, oltre a dargli lezioni (fino alla morte, nel
1908), si adoperò perché le sue prime composizioni
fossero eseguite. Una svolta decisiva nella carriera di
Stravinskij fu l'incontro con S. P. Djagilev, che gli propose di
collaborare per i suoi Ballets Russes e gli commissionò la
partitura de L'oiseau de feu (Parigi, 1910; L'uccello di fuoco),
prima grande affermazione del compositore. La collaborazione
con Djagilev, cui sono legati molti dei suoi successivi capolavori
(fino al 1928), lo spinse a prolungati soggiorni a Parigi e rese
più rari i soggiorni in Russia: negli anni del primo
conflitto mondiale Stravinskij visse in Svizzera e decise di non
tornare più in patria in seguito alla Rivoluzione
d'ottobre, risiedendo in Francia dal 1920 al 1939 e assumendo nel
1934 la cittadinanza francese. In quel periodo si dedicò
anche all'attività di pianista e direttore d'orchestra.
Nel 1939 accettò un invito della Harvard University e
si stabilì negli USA (ne assunse la cittadinanza nel 1945),
risiedendo a Hollywood. Dopo il secondo conflitto mondiale
compì numerose tournée in Europa (nel 1962 anche in
Russia), proseguendo inoltre l'attività compositiva fino
agli ultimi anni. Il complesso percorso stilistico che si ravvisa
nell'ampia produzione di Stravinskij è caratterizzato da
svolte che suscitarono scandalo e parvero enigmatiche, anche se
rivelano una rigorosa coerenza interna. Gli esordi risentono
dell'influenza di Rimskij-Korsakov e anche di P. I. Cajkovskij, A.
N. Skrjabin e C. A. Debussy: dopo pagine pur notevoli come, tra
l'altro, lo Scherzo fantastique (1907-08) e Feux d'artifice
(1907-08; Fuochi d'artificio), L'uccello di fuoco segna nelle
scelte timbriche e nell'invenzione ritmica di alcune parti la
prima chiara affermazione dell'originalità di Stravinskij,
anche se vi si ravvisano ancora in larga misura gli influssi sopra
citati. Il "periodo russo" prosegue con capolavori
fondamentali: Petruska (Parigi, 1911), Le sacre du printemps
(Parigi, 1913; La sagra della primavera), la cui prima
rappresentazione, a causa della coreografia non convenzionale, le
aspre dissonanze e i ritmi travolgenti, suscitò nel
pubblico violente reazioni di dissenso e Les noces (composte nel
1916-17; Le nozze), che sono forse le pagine che meglio rivelano
il senso dirompente della presenza stravinskiana nel quadro della
musica di quegli anni. Lo caratterizzano la presenza di un
melos slavo radicato in una sostanza popolare russa (quasi sempre
senza citazioni dirette), l'originale concezione timbrica, mirante
a secche e asciutte profilature, o anche (specie nel Sacre) a duri
blocchi sonori pietrificati, la frequente politonalità (e
comunque un uso piuttosto libero delle dissonanze), e soprattutto
lo scatenamento di un'invenzione ritmica senza precedenti, che
tocca nel Sacre una complessità tale da interessare da
vicino anche le recenti avanguardie (si veda il saggio di P.
Boulez). La violenza di questa partitura, ispirata a una
mitica visione di una Russia arcaica, è legata anche a una
sorta di impassibile oggettività con cui viene guardato lo
scatenamento di barbariche forze primordiali. L'ineluttabilità
del sacrificio nel Sacre, come l'amara sorte della marionetta in
Petruska, rimanda coerentemente agli sviluppi successivi del
pessimismo stravinskiano, che trova un'ulteriore, radicale
espressione (con mezzi musicali diversi) nella Histoire du soldat
(Losanna, 1918). Tralasciando pagine importanti come Le
rossignol(Parigi, 1914; L'usignolo), Pribaoutki (1914), Renard
(1916) e altre liriche, si può ravvisare nell'Histoire
l'inizio di una netta svolta nello stile stravinskiano: alla
scelta della condizione di esule corrisponde l'abbandono di
soggetti e di inflessioni musicali "russe", accompagnato
da una forte semplificazione della scrittura ritmica e da un
interesse per altri fenomeni musicali, come il jazz e la musica di
consumo. Il procedimento di personale appropriazione di
formule, per esempio, del jazz (svuotate del significato
originario, proiettate in un contesto ambiguo e problematico)
prelude da vicino alla svolta "neoclassica", il cui
clamoroso inizio si fa risalire al balletto Pulcinella (Parigi,
1920) su musiche di G. B. Pergolesi (o ritenute sue). Riprendendo
pagine, temi, o, più spesso, atteggiamenti stilistici del
passato, dal barocco a Cajkovskij, Stravinskij abbandona le punte
e le tensioni che avevano spaventato il pubblico del Sacre, ma
questo "ritorno all'ordine" non è affatto un
recupero vitalistico e fiducioso della tradizione, non la
ripropone come fosse cosa viva: al contrario è
un'operazione esercitata con amara consapevolezza, con tagliente e
ambigua ironia su dei fossili, su stilemi rinsecchiti, svuotati di
senso dall'interno, collocati in un contesto deliberatamente
improprio. È il "ritorno" a un ordine morto e
pietrificato, lucido e consapevole frutto di una profonda sfiducia
nella storia, di un radicale pessimismo che rifiuta la possibilità
di costruire un linguaggio "nuovo" ed esorcizza in un
implacabile oggettivismo una catastrofica condizione esistenziale.
Tra le pagine più alte della fase "neoclassica"
devono essere ricordate almeno l'opera-oratorio Oedipus rex (1927;
su testo di J. Cocteau tratto da Sofocle e tradotto in latino da
J. Danielou) e l'opera The Rake's Progress, su libretto di W. H.
Auden e C. Kallman, (Venezia, 1951; La carriera di un libertino),
dove più esplicito appare il tragico fatalismo
stravinskiano, i balletti Apollon Musagète (1928; Apollo
Musagete), Le baiser de la fée (1928; Il bacio della fata),
Jeu de cartes (1937; Gioco di carte), la Sinfonia di salmi (1930),
la Sonata, la Serenata per pianoforte e il Concerto per due
pianoforti, e molta altra musica strumentale degli anni 1920-50.
L'ultima svolta (apparente) del proteiforme compositore è
stata la graduale assunzione della dodecafonia, sentita anch'essa
come un fatto ormai storicizzato, riducibile a fossile,
disponibile alle gelide, ieratiche, ascetiche costruzioni del
tardo Stravinskij, che nei confronti della musica della seconda
scuola di Vienna non tenne un atteggiamento molto diverso da
quello che aveva avuto verso le tradizioni classiche. Tra i
capolavori dell'ultimo periodo si ricordano il balletto Agon
(1953-57), Canticum sacrum (1955), la cantata Threni (1957-58), i
Mouvements per pianoforte e orchestra (1958-59) e la sua ultima
composizione importante, i Requiem Canticles (1966). In un
certo senso Stravinskij anticipa lo stile post-moderno,
nell'utilizzazione pragmatica degli elementi storici, senza però
banalizzarli in una musica easy da arredo metropolitano, com'è
avvenuto con l'effimero del neo-romanticismo; al contrario
Stravinskij sa mantenere e trasmettere quella magia, quel senso
rituale e del sacro che la vera musica comunica. Stravinskij,
togliendo al suono i facili sentimentalismi da rotocalco, ridà
al suono una nuova dignità, spogliandolo non solo dalla
poetica romantica, ma anche da teorie positivistiche, da ogni
ideologia e sociologia; così il suono, finalmente nudo,
"naturale", torna a esprimere le proprie ragioni: "io
compongo a contatto diretto con la materia sonora". E' questo
"contatto diretto" con la dimensione del suono che
conduce a una forma naturale, quasi estemporanea, che descrive
l'essere (musicale) tale e quale è.
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