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Figlio di Giovan Battista,
violinista della cappella di San Marco, studiò nella città
natale, sembra con G. Legrenzi; nel 1703 fu ordinato sacerdote,
più per convenienza sociale che per vocazione, dato che
condusse un'esistenza non propriamente consona all'abito
ecclesiastico e che chiese quasi subito una dispensa dal celebrare
messa, adducendo più che opinabili ragioni di salute.
Nello stesso anno entrò come insegnante di violino
all'Ospedale della Pietà, uno dei quattro conservatori
veneziani nei quali fanciulle orfane o bisognose erano avviate
alla musica; qui rimase con varie mansioni (tra cui quella di
maestro di cappella) sino al 1740, con varie interruzioni legate
alla sua professione di virtuoso di violino e, soprattutto, di
compositore di melodrammi. Questa attività, sovente
considerata di secondo piano, fu invece l'occupazione principale
di Vivaldi; sovente impresario di se stesso, il musicista trovò
in questa direzione una lucrosa fonte di guadagno, un mezzo di
realizzazione della propria inquieta personalità e
l'esplicazione di una disposizione fantastica naturalmente
atteggiata secondo una prospettiva "drammatica".
Sovente ospite dei maggiori centri teatrali italiani, Vivaldi
fu spesso anche all'estero (Praga, Vienna, Amsterdam); e
all'estero appunto lo colse la morte, in un momento in cui
nell'amatissima Venezia lo si considerava ormai un compositore non
più attuale. La riscoperta di Vivaldi data dalla fine
dell'Ottocento e fu sollecitata dalla musicologia tedesca che
indagava sul peso determinante che la sua opera strumentale ebbe
su J. S. Bach; ma solo dopo il 1945, grazie alla pubblicazione
delle opere strumentali, di buona parte di quelle religiose e di
qualche assaggio della produzione melodrammatica, ci si rese conto
della sua singolare importanza nella civiltà musicale
europea del primo Settecento. Solo una parte modesta della
produzione vivaldiana vide le stampe durante la vita dell'autore
(la maggioranza fu edita ad Amsterdam): si tratta di nove raccolte
di concerti (L'estro armonico, op. 3, 1712; La stravaganza, op. 4,
1712-13; Il cimento dell'armonia e dell'invenzione, op. 8, ca.
1725; La cetra, op. 9, 1728). Il testo delle opere edite
include sonate da camera per uno o due violini e basso, e per
violoncello. Dubbia è l'attribuzione delle sonate op. 13,
Il pastor fido, per diversi strumenti melodici e basso continuo.
Ma accanto agli 84 concerti e alle 42 sonate date alle stampe,
esiste un vastissimo corpus di composizioni pervenute manoscritte:
ca. 320 concerti (per violino, per violoncello, per viola d'amore,
per mandolino, per flauto, per oboe, per fagotto, per tromba, per
corno, per complesso d'archi, per complessi vari di archi e
fiati), 31 sonate e un numero imprecisato di cantate. Non
definitivamente determinato è anche il numero dei
melodrammi composti o riadattati da Vivaldi: le più recenti
ricerche lo fanno ammontare a un centinaio. A queste
composizioni occorre aggiungere la serenata La Senna festeggiante
(ca. 1720), l'oratorio Juditha triumphans (1716) e una vasta
produzione religiosa comprendente una sessantina di composizioni
tra parti di messa, salmi (due Beatus vir, due Dixit Dominus, un
Nisi Dominus, tre Laudate Pueri, un Laetatus sum, due Magnificat)
e altre pagine (due Salve Regina, lo Stabat Mater, vari mottetti
ecc.). Carattere distintivo della produzione strumentale di
Vivaldi è il programmatico rifiuto di ogni concezione
astrattamente architettonica, in favore di uno stile aperto alle
suggestioni di una sempre cangiante disposizione soggettiva, ora
drammaticamente tesa, ora liricamente ripiegata. Questo
atteggiamento di fondo (che distingue radicalmente l'esperienza
vivaldiana dall'oggettivismo classicheggiante di Corelli) si
accompagna a un senso acutissimo dei valori timbrici, che sembrano
spesso porsi come perno del discorso compositivo. Questi dati
si collocano in una poetica allineata con le esigenze di
chiarezza, di ordine e di semplicità della contemporanea
Arcadia letteraria; con, in più, un vivo gusto
naturalistico, che emerge in particolare nelle numerose
composizioni "a programma": dalle celebri Quattro
stagioni (comprese nel Cimento dell'armonia e dell'invenzione) a
La tempesta di mare, La notte, L'inquietudine, La Caccia ecc.
Notevoli sono la produzione melodrammatica (nella quale
spiccano arie ed episodi strumentali di squisita fattura) e la
produzione religiosa, che si impone per la mirabile varietà
delle soluzioni stilistiche (che spaziano dalla riproposta della
più complessa scrittura contrappuntistica negli episodi
corali all'uso grandiosamente solenne dello stile concertato, al
più leggiadro stile di canto solistico e virtuosistico) e
per la forza della sua significazione espressiva. Antonio Vivaldi
è l'esemplare più puro e rappresentativo di quel
periodo storico che conclude il barocco propriamente detto e apre
il preromanticismo. La sua posizione, in questo, senso, è
così ben classificabile che appare quasi impossibile
stabilire quanto il Seicento abbia voluto tramandare di sé
in quest'artista e guanto rechi egli i segni premonitori di un
preromanticismo acceso e battagliero. Questi due termini, in
verità, nel caso di Vivaldi non possono essere due limiti
precisi. Infatti il musicista veneziano possedeva il dono
dell'ubiquità: come strumentalista egli seppe essere
conservatore e rivoluzionario; come operista all'anarchia affiancò
l'ordine più assoluto; come didatta fu un metodico e uno
spregiudicato; come uomo e come sacerdote un discontinuo e un
volitivo. Di qui il suo genio veramente universale perché
fatto di antitesi, di negazioni e affermazioni di natura
essenzialmente umana, ma mai di alternative improduttive; il tutto
in un ordine sostanziale, estroso al massimo.
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