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Allievo di G. Adler, si laureò
a Vienna con una tesi su H. Isaac; nel 1904 iniziò gli
studi di composizione con A. Schönberg e, dopo diversi lavori
da lui lasciati inediti ma degni della massima attenzione, scrisse
la Passacaglia per orchestra che ritenne degna di figurare come
op. 1 (1908). Svolse una notevole attività di direttore
d'orchestra, finché, dopo l'Anschluss, si chiuse in un
isolamento pressoché totale. Dopo la fine della guerra
fu ucciso per errore da un soldato americano. L'op. 1 è
il congedo di Webern dal tardo-romanticismo; già nei Lieder
op. 3 e 4 (1908-09) su testi di S. George egli rompe con la
tonalità e individua il peculiare, essenziale accento del
proprio lirismo. I Cinque Pezzi op. 5 per quartetto d'archi
(1909) segnano l'avvio di una ricerca che, proseguita con i
Quattro Pezzi op. 7 per violino e piano (1910), con i Sei Pezzi
op. 6 (1910) e Cinque Pezzi orchestrali op. 10 (1913), con le Sei
Bagattelle op. 9 per quartetto d'archi (1913) giungeva all'esito
più radicale nei Tre Piccoli Pezzi op. 11 per violoncello e
pianoforte (1914). L'esperienza aforistica si rivela aspetto
essenziale della poetica di Webern, volta a estrarre dalla purezza
del suono un'immagine di assolutezza lirica e a ricercare
nell'intensità dell'attimo una compiuta totalità.
In questi pezzi viene superata ogni convenzione di simmetria
formale o di articolazione discorsiva, come pure nelle opere che
seguono l'adozione del metodo dodecafonico. L'uso che Webern fa
della dodecafonia come strumento per conquistare un'assoluta
purezza stilistica interessò molto le avanguardie del
secondo dopoguerra, che vollero definirsi postweberniane. Lo
studio dei capolavori del Webern dodecafonico non dovrebbe
comunque ignorare la continuità della sua poetica e il
significato che in tale luce assumono i suoi procedimenti di
ascetico rigore, con cui Webern mira a una sorta di purificazione
del materiale musicale da ogni residuo tradizionale, ai limiti
dell'astrazione metafisica: in esse i singoli suoni si fanno voce
di una tragica solitudine e le lacerazioni degli anni
dell'espressionismo appaiono come raggelate. Agli anni del
dopoguerra risalgono i Lieder op. 14-18 per voce e strumenti
(1917-24), quelli per coro op. 19 (1926) e per voce e piano op. 23
e 25 (1934-35), la cantata Das Augenlicht op. 26 (1935; La luce
degli occhi), la Prima Cantata op. 29 (1939), la Seconda Cantata
op.
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