Figlio di un suonatore di contrabbasso di umile estrazione,
si cimentò con diversi strumenti e suonò nelle osterie a fianco del
padre. Dedicatosi contemporaneamente a studi sistematici sotto la guida
di buoni insegnanti (F. W. Cossel, E. Marxsen), rivelò ben presto la
sua personalità di compositore e le sue qualità di pianista. Nel 1853,
durante un giro di concerti con il violinista ungherese E. Reményi,
conobbe il violinista J. Joachim, allora già affermato, e ne divenne
amico; nello stesso anno, a Düsseldorf, conobbe Schumann, che rimase
entusiasta delle sue composizioni al punto da elogiarle in un appassionato
articolo; con Schumann e con sua moglie Clara Wieck strinse una solida
amicizia, divenuta più intima con Clara quando Schumann cadde preda
dell'inguaribile malattia mentale che l'avrebbe portato alla morte.
Lasciata Düsseldorf, Brahms tornò nel 1856 ad Amburgo e lavorò alla
corte di Detmold. Dopo aver cercato inutilmente di ottenere un posto
di direttore stabile nella sua città, nel 1862 si stabilì a Vienna,
dove per alcuni anni si dedicò alla direzione d'orchestra (in particolare
dal 1871 al 1875 presso la Società degli amici della musica). In seguito
rinunciò a un'attività stabile, bastandogli per vivere, dopo la sua
definitiva affermazione come compositore, i proventi che gli venivano
dai diritti d'autore e dalle tournées concertistiche in cui eseguiva
le proprie opere come pianista e direttore.
Tra le più significative conoscenze fatte nel vivace ambiente culturale
viennese va ricordato E. Hanslick, il critico musicale che indicò in
Brahms l'antagonista della wagneriana "musica dell'avvenire", cioè di
quella corrente romantica, alla quale appartenevano anche Liszt e Berlioz,
che ricercava soprattutto l'espressione "poetica", collegando spesso
il fatto musicale a contenuti letterari, a un programma, e predicando
la massima libertà rispetto ai consueti modelli formali.
Nei confronti dei "musicisti dell'avvenire" anche Brahms prese polemicamente
posizione, firmando insieme con Joachim e altri un manifesto che suscitò
non poco scalpore. Ma la contrapposizione Wagner-Brahms può valere soltanto
per caratterizzare due personalità radicalmente diverse, non per indicare
nel primo il "progresso" e nel secondo la "reazione". Non a caso proprio
Schönberg, nel saggio Brahms il progressivo (1933), ebbe a notare che,
a distanza di tempo, il contributo di Brahms all'evoluzione del linguaggio
musicale non appare meno rilevante di quello di Wagner, mentre i tratti
comuni, sul piano linguistico, risultano più evidenti delle divergenze.
Infatti l'atteggiamento conservatore, il culto e lo studio assiduo dei
classici, la costante ricerca di una solida organicità formale non dipendono,
in Brahms, da pedante accademismo: sono, piuttosto, frutto di una virile
presa di posizione, quasi un argine consapevolmente eretto di fronte
alla percezione dell'angosciosa situazione umana in un mondo avviato
a una profonda crisi.
La musica di Brahms nacque da una sorta di ripiegamento rispetto agli
slanci eroici della prima generazione romantica e di fronte al crollo
dei suoi ideali: un ripiegamento venato di malinconico rimpianto, incline
agli atteggiamenti sognanti e riflessivi, all'intimismo elegiaco soffuso
di dolce tristezza, ma anche alla severa e tragica meditazione sulla
solitudine dell'uomo.
Da questa condizione quasi di epigono, peraltro consapevolmente vissuta
e accettata, derivarono il tormentoso senso di autocritica, che spinse
Brahms a rielaborare a lungo diverse opere prima di dar loro veste definitiva,
e il carattere riflesso e composito della sua ispirazione, cui si legava
anche lo studio dei classici, teso ad acquisire un'assoluta padronanza
della tecnica compositiva.
In Brahms, ovviamente, i nuovi contenuti espressivi implicarono una
nuova interpretazione delle forme classiche. La forma sonata, cui Brahms
si attenne quasi sempre nella musica sinfonica e da camera, subì un
sostanziale mutamento rispetto al modello beethoveniano: l'accento non
è più posto sulla dialettica tematica ma sullo spirito della variazione;
i temi sono spesso di carattere affine; sottili nessi interni e il fitto
disegno contrappuntistico legano ogni parte del discorso, che fluisce
quindi continuo (apparentemente uniforme) e pone in luce ogni sfumatura
del materiale tematico, variandolo costantemente nell'ambito di un ritmo
inquieto e flessibile e di un libero e avvincente gioco di armonie e
modulazioni.
Per questo procedere discorsivo, dalle tinte smorzate e dai contorni
sfumati, caratterizzato dal gusto per un sognante divagare che sempre
si rinnova, pur attenendosi a una rigorosa volontà costruttiva, è esatto
parlare, come fa Schönberg, di "prosa musicale", e riesce particolarmente
suggestivo l'accostamento proposto da alcuni critici alla prosa di Proust.
Le prime composizioni di Brahms furono destinate al pianoforte: le tre
Sonate op. 1, op. 2, op. 5 (1852-53) rivelarono subito le grandi ambizioni
formali e il carattere sinfonico tipico del suo pianismo, che presenta
una scrittura massiccia e densa ed esige un arduo anche se poco appariscente
virtuosismo, intimamente legato alla complessità stessa del discorso.
L'osservazione vale in modo evidente per la parte pianistica del Concerto
n. 2 per pianoforte e orchestra op. 83 (1882) ma si può applicare anche
alle Variazioni su un tema di Händel op. 24 (1861) e alle Variazioni
su un tema di Paganini op. 35 (1862-63), che si discostano dalle consuetudini
del tempo per il carattere meno brillante e per la maggiore indipendenza
dal tema scelto, e costituiscono la fase centrale della produzione pianistica
di Brahms. L'ultima fase iniziò con i Klavierstücke op. 76 (1878) e
le 2 Rapsodie op. 79 (1879) e proseguì con i pezzi delle op. 116, 117,
118 e 119 (1891-93).
Le ambizioni formali si erano ormai trasferite in campo sinfonico: questi
pezzi sono in genere piuttosto brevi e, nel loro raccolto lirismo, esprimono
liberamente momenti tra i più autentici e intimi dell'ispirazione brahmsiana.
La vena intimistica prevalse anche nella musica da camera, tutta permeata
dallo spirito del Lied, genere in cui l'autore a volte cadde in un eccesso
di facilità. Brahms sentì necessarie le familiari sonorità del pianoforte
nella sua prima musica da camera: lo strumento è infatti presente nel
Trio op. 8 (1853-54, revisione 1891), nei due Quartetti op. 25 e op.
26 (1861-62), nel Quintetto op. 34 (1864), nel Trio op. 40 per pianoforte,
violino e corno (1865).
Prima di arrivare a cimentarsi con la classica formazione del quartetto
d'archi, con i due Quartetti op. 51 (1873), Brahms passò anche attraverso
l'esperienza dei due Sestetti op. 18 e op. 36 (1860-1865). Vanno ancora
ricordati, tra i maggiori lavori cameristici, le due Sonate per violoncello
e pianoforte op. 38 e op. 99 (1862-65 e 1886), le tre Sonate per violino
e pianoforte op. 78 (1879), op. 100 (1886) e op. 108 (1886-88), il Quartetto
op. 60 con pianoforte (1874-75), il Quartetto op. 67 per archi (1875),
i Quintetti op. 88 (1882) e op. 111 (1890) per archi e il Quintetto
op. 115 (1891) con clarinetto, che nel suo pacato tono meditativo racchiude
uno dei più alti messaggi dell'ultimo Brahms, non eguagliato dalle pur
attraenti Sonate op. 120 (1894) per lo stesso strumento.
Un aspetto minore del gusto di Brahms, che trovò proprio a Vienna l'ambiente
congeniale, fu la propensione per le musiche amabili e leggere, per
le canzoni popolari. A questo gusto si ricollegano i Valzer op. 39 (1865),
le Danze ungheresi (1858-69) per pianoforte a 4 mani e numerosi pezzi
per quartetto vocale, tra cui i deliziosi Liebeslieder op. 52 (1868-69)
e i Neue Liebeslieder op. 65 (1874).
Significativo del tormentato senso di autocritica cui si è già accennato
fu l'atteggiamento del compositore verso la grande forma sinfonica.
Brahms si decise ad affrontarla dopo dubbi, ripensamenti e numerose
esperienze preparatorie. Nella 1a Sinfonia (1876), che il grande direttore
Hans Guido von Bülow definì come la "decima di Beethoven", il primo
tempo è del 1862; un precedente tentativo sinfonico doveva diventare,
attraverso varie elaborazioni, il 1º Concerto op. 15 per piano e orchestra,
terminato nel 1858.
Altre significative esperienze orchestrali erano state la Serenata op.
11 (1858) e op. 16 (1859) e le Variazioni su un tema di Haydn op. 56
(1873). I contemporanei sottolinearono nelle sinfonie di Brahms il legame
con la tradizione sinfonica di Beethoven, e H. von Bülow giunse a chiamare
la 1a Sinfonia "la decima".
Ma la forma sonata assume in Brahms, come si è visto, un ben diverso
carattere rispetto a quella di Beethoven, in rapporto al nuovo accento
espressivo, all'intenso, struggente lirismo; muta anche il colore orchestrale,
caratterizzato da una densa e suggestiva opacità. È difficile definire
in poche parole la ricchezza del mondo poetico di ogni sinfonia, proprio
per il carattere composito, ricco di chiaroscuri e sfumature. Si può
comunque riscontrare nella 2a Sinfonia op. 73 (1877) un tono più lirico
rispetto agli accenti drammatico-eroici che prevalgono nella 1a Sinfonia
op. 68 e nella 3a Sinfonia op. 90 (1883).
Culmine del sinfonismo brahmsiano è la 4a Sinfonia op. 98 (1885), in
cui esigenze espressive e rigore costruttivo si fondono più compiutamente
(si pensi, a proposito del "classicismo" di Brahms, che il quarto tempo
è costruito in forma di ciaccona). Altri lavori orchestrali della maturità
sono il Concerto per violino op. 77 (1878), improntato a serena tenerezza
elegiaca, il 2º Concerto per pianoforte op. 83 (1882), una vera e propria
sinfonia con strumento solista concertante, e il Concerto op. 102 per
violino, violoncello e orchestra (1887).
Una chiave essenziale per comprendere il mondo poetico di Brahms è fornita
dalle maggiori opere corali, dove la scelta stessa dei testi appare
estremamente indicativa. La Rapsodia op. 53 per contralto, coro e orchestra
(1869) intona alcune strofe del Viaggio invernale sullo Harz di Goethe,
in cui Brahms si vedeva autobiograficamente rispecchiato; il Requiem
Tedesco op. 45 (1857-68) si basa su testi biblici tradotti in tedesco
e liberamente rimaneggiati, e, tenendosi lontano da ogni carattere liturgico
o confessionale, si pone come laica meditazione sulla sorte dell'uomo,
analogamente al Canto del Destino op. 54 (1868-71), su testo di Hölderlin.
A questi lavori si ricollegano idealmente i Vier ernste Gesänge op.
121 (1896; Quattro canti seri), per voce grave e pianoforte, anch'essi
su testi biblici di un metafisico scetticismo, in cui si rivela senza
equivoci la radice amara e severa del pensiero brahmsiano.