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Ebbe una formazione musicale
irregolare e sostanzialmente da autodidatta, anche se ricevette
lezioni da A. von Zemlinsky. Dal 1901 al 1903 fu a Berlino, dove
collaborò al cabaret artistico e letterario "Überbrettl"
di E. von Wolzogen e insegnò composizione al Conservatorio
Stern; ma all'insegnamento si dedicò in modo particolare
dopo il suo ritorno a Vienna nel 1903. Nella capitale
austriaca divenne amico di G. Mahler, K. Kraus, O. Kokoschka ed
ebbe tra gli allievi A. Berg e A. von Webern; ma la generale
ostilità del pubblico e degli ambienti ufficiali lo
spinsero a lasciarla, definitivamente, nel 1926 per trasferirsi a
Berlino, dove era stato chiamato, alla morte di F. Busoni, a
occupare una cattedra presso la Preussische Akademie der Künste.
L'ascesa al potere di A. Hitler costrinse Schönberg a
prendere nel 1933 la via dell'esilio e a stabilirsi negli USA,
dapprima a Boston, quindi a New York e infine presso Los Angeles,
dove dal 1936 ebbe una cattedra alla University of California.
Nel 1940 ricevette la cittadinanza americana. Continuò
a comporre fino agli ultimi giorni della sua vita, nonostante una
grave malattia al cuore. La prima fase della produzione di
Schönberg si inserisce con originalità nel panorama
del tardo romanticismo di fine secolo, muovendosi nell'orbita del
gusto wagneriano e mahleriano, ma accogliendo anche essenziali
influenze da J. Brahms. In Verklärte Nacht (1899; Notte
trasfigurata), un poema sinfonico per sestetto d'archi, e ancor
più nel poema sinfonico per grande orchestra Pelleas und
Melisande (1903) il cromatismo wagneriano è condotto ai
limiti della rottura, mentre i Gurrelieder (1900-11) rivelano
un'analoga drammatica intensificazione delle esperienze
tardoromantiche. La straordinaria densità ed
essenzialità della scrittura della Kammersymphonie op. 9
(1906) appartengono ormai allo Schönberg più maturo e
originale: agli ultimi due tempi del secondo Quartetto op. 10
(1907-08), con voce di soprano, risale infine la prima definitiva
rottura con le convenzioni del sistema tonale. Seguì
una serie ininterrotta di capolavori fino agli anni della prima
guerra mondiale: si tratta di pagine tra le più
significative ed emblematiche dell'espressionismo musicale, in cui
non solo il rifiuto delle gerarchie tonali, ma anche lo
sconvolgimento delle categorie formali tradizionali (in nome di
una essenzialità che non può più far uso dei
consueti nessi discorsivi, delle strutture simmetrico-estensive
ottocentesche) e l'originalità delle intuizioni timbriche
appaiono frutto di una "necessità interiore" (nel
senso dato all'espressione da V. Kandinskij, allora vicinissimo a
Schönberg) che appare gesto di rivolta e unico rifugio del
soggetto che voglia preservare la propria autenticità umana
in un mondo teso a distruggerla. Le visioni di Schönberg
espressionista si incarnano tra l'altro in due brevi lavori
teatrali, Erwartung (1909; Attesa) e Die glückliche Hand
(1908-13; La mano felice), nei pezzi pianistici op. 11 e 19, nei
Lieder op. 15 (1908) e op. 22 (1913-16), nei Cinque pezzi op. 16
per orchestra (1909), nel Pierrot lunaire (1912), una delle sue
partiture più celebri, dove viene sistematicamente usato lo
Sprechgesang. Nel primo dopoguerra Schönberg lavorò
a un oratorio, Die Jakobsleiter (La scala di Giacobbe), rimasto
incompiuto, ed elaborò il metodo dodecafonico, in cui
ravvisava la soluzione necessaria a dare nuova coerenza
costruttiva alle composizioni senza ritornare alle vecchie
gerarchie tonali. Nei suoi lavori Schönberg usa questo
metodo come uno strumento di controllo della distruzione dei nessi
tonali (o eventualmente di un loro recupero minimale) e in
funzione di una sorta di ultratematizzazione volta a ridurre tutta
una composizione a una cellula unitaria, facendo peraltro
coesistere la dodecafonia con il ritorno alle strutture formali
tradizionali che negli anni precedenti aveva più
radicalmente messo in discussione. L'evoluzione di Schönberg
muove cioè nella direzione di un costruttivismo che non
approfondisce certe sconvolgenti, modernissime intuizioni delle
opere espressioniste, ma che neppure ne rinnega la sostanza,
lasciando emergere sotto l'apparente sforzo di oggettivazione i
sussulti del linguaggio precedente. Un caso emblematico di
tale situazione sono le Variazioni op. 31 per orchestra (1926-28),
mentre in alcuni lavori precedenti come la Suite op. 25 per
pianoforte (1921-23) e il Quintetto op. 26 per strumenti a fiato
(1923-24) si nota una sorta di irrigidimento, di freddezza
metallica. In Schönberg sono sempre coesistite arditezze
innovatrici e profondi legami con la tradizione: la tensione
derivante da tale duplice aspetto, che lo ha fatto definire
"conservatore rivoluzionario", è sempre un
elemento caratterizzante della sua poetica, tuttavia una nostalgia
del passato sembra emergere nei primi anni dell'esilio americano
con più evidenza, spingendo il musicista a ritorni alla
tonalità, o a recuperi e allusioni tonali all'interno di
opere dodecafoniche (Concerto per violino, 1936; Ode a Napoleone,
1942; Concerto per pianoforte, 1942). Nelle opere degli ultimi
anni viene superata anche questa fase (in cui l'invenzione di
Schönberg appare volta a esiti in un certo senso addolciti, a
un gesto compositivo meno teso), in una serie di capolavori che
recuperano un'eccezionale libertà creativa, facendo proprie
tutte le esperienze precedenti e facendo rivivere alla loro luce
l'arditezza inventiva degli anni dell'espressionismo; si ricordano
in particolare il Trio op. 45 (1946), De Profundis (1949), A
Survivor from Warsaw (1947; Un sopravvissuto di Varsavia).
Incompiuto è rimasto uno dei massimi vertici della
produzione di Schönberg, Moses und Aron (Mosè e
Aronne), i cui due atti portati a termine (1930-32) rappresentano
uno dei testi più alti e significativi del teatro musicale
del sec. XX (prima rappresentazione postuma a Zurigo nel 1957).
Tra le sue opere teoriche sono di fondamentale importanza
Harmonielehre (1910-11; Manuale di armonia), Style and Idea (1950;
Stile e idea) e Structural Functions of Harmony (1954; Funzioni
strutturali dell'armonia).
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