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La sua prima formazione ebbe
luogo a Roncole e a Busseto, grazie alla protezione di Antonio
Barezzi che lo affidò a Ferdinando Provesi, e proseguì
a Milano con V. Lavigna. Nel 1836 divenne maestro di
musica di Busseto e sposò allora Margherita Barezzi (m.
1840), figlia del suo protettore. Nel 1839 Verdi si trasferì
a Milano, dove riuscì a far rappresentare alla Scala la
sua prima opera, Oberto, conte di San Bonifacio, con un
successo che gli valse la commissione dell'opera buffa Un giorno
di regno (Milano 1840). L'esito deludente lo indusse a un
periodo di riflessione, che si concluse con la composizione
del Nabucco e con il suo trionfale successo alla Scala nel 1842.
Da allora in pochi anni Verdi si affermò come la figura
dominante del teatro lirico italiano. La sua produzione,
che va dall'Oberto al Falstaff (1893), abbraccia più di
cinquant'anni e in questo ampio arco cronologico, che vede
profonde trasformazioni nella situazione della storia e della
cultura italiana, delinea una evoluzione straordinariamente
ricca e complessa, rivela una capacità di rinnovamento,
una disponibilità ad accogliere diversi stimoli e a
farli propri, che ammettono pochi confronti. Nella prima
fase dell'opera verdiana si è soliti scorgere la voce delle
istanze rivoluzionarie del Risorgimento italiano; più
precisamente si ravvisa in lui una novità di accento in
cui si è riconosciuta per la prima volta, nell'opera
italiana, la voce del "quarto stato". Gli
evidenti influssi donizettiani (e nel caso del Nabucco in modo
particolare rossiniani, del Rossini delle grandi opere corali,
come il Mosè) non impediscono l'emergere di una
concezione drammatico-musicale che mira a una violenta, immediata
intensità, che afferma l'urgenza di un'incalzante
tensione drammatica. Dopo I Lombardi alla prima crociata
(Milano 1843) ed Ernani (Venezia 1844), la prima opera scritta
con la collaborazione di F. M. Piave, in cui si definiscono
alcuni caratteri tipici dell'eroe popolare del primo Verdi
anticipando aspetti caratteristici del Trovatore, segue una
produzione intensa e febbrile al fine di arrivare al
definitivo consolidamento del proprio successo, accettando ogni
occasione, in condizioni non sempre favorevoli. Furono anni
decisivi per la formazione della drammaturgia del Verdi maturo:
fin da ora il compositore definisce un proprio discorso,
elementare nell'individuazione dei personaggi, spesso schematico,
non alieno da rozzezze (per esempio in certi caratteri bandistici
della strumentazione), tutto teso a una vocalità di
vigorosa e incisiva immediatezza; un discorso in ogni caso di
innegabile originalità e coerenza interna. I due
Foscari (Roma 1844), Giovanna d'Arco (Milano 1845), Alzira (Napoli
1845), Attila (Venezia 1846), I Masnadieri (Londra 1847), Il
Corsaro (Trieste 1848), La Battaglia di Legnano (Roma 1849)
sono il frutto di tali anni. Un discorso a sé richiede
Macbeth (Firenze 1847), opera assai più complessa, in
cui la fantasia verdiana, stimolata dal testo shakespeariano,
giunge a esiti di eccezionale rilievo già nella prima
versione del lavoro, in seguito rivisto e in parte modificato
per Parigi (1865). Dopo Luisa Miller (Napoli 1849) e Stiffelio
(Trieste 1850), opere di grande interesse, soprattutto la seconda,
ma in un certo senso di "transizione", nacquero
Rigoletto (Venezia 1851), Il Trovatore (Roma 1853) e La
Traviata (Venezia 1853), i tre grandi capolavori che segnano
una svolta nella drammaturgia verdiana. L'approfondimento
psicologico delle figure dei protagonisti assume ben altro rilievo
e originalità e il linguaggio musicale verdiano si
rivela ormai compiutamente capace di ricreare mobilissime e
complesse situazioni drammatiche, anche articolando formalmente
la scena secondo schemi, quando è opportuno,
anticonvenzionali. Gli anni immediatamente precedenti a questi
tre celebri lavori segnano una svolta anche nella biografia di
Verdi: l'agiatezza conquistata insieme con il successo gli
consentì di acquistare la villa di Sant'Agata (nel 1848)
dove stabilì la propria residenza. Gli fu compagna
Giuseppina Strepponi, che Verdi sposò poi nel 1859. Dopo
La Traviata l'attività del compositore subì un
rallentamento, cui corrispose una ricerca sempre più ampia
e meditata. Un importante arricchimento doveva rappresentare
la prima esperienza francese di Verdi, il suo primo rapporto
con il grand-opéra, quando per Parigi scrisse i Vespri
siciliani (1855). E nel 1857 il Simon Boccanegra, sul quale
poi Verdi ritornò con la collaborazione di Boito per la
revisione del libretto, nel 1881, rappresenta un esito che, pur
non privo di contraddizioni, va già considerato tra i
più ricchi e significativi nell'ambito dell'ultima
evoluzione verdiana. Essa si svolge nel mutato clima storico
dell'Italia postrisorgimentale, accogliendo stimoli e
arricchimenti anche da quegli artisti delle nuove generazioni che
contro Verdi avevano polemizzato e le cui istanze di
rinnovamento furono portate a compimento proprio dall'anziano
compositore. Nel suo mondo le sottigliezze chiaroscurali
assumono un peso crescente e la sua complessa drammaturgia non
ammette più la concentrazione pressoché esclusiva su
uno o pochi personaggi. La finezza e la precisione con cui è
ritratto l'ambiente di corte nel Ballo in maschera (Roma 1859)
sono essenziali per la concezione di quest'opera, che è un
nuovo indiscusso capolavoro, fatto di sapienti equilibri, di
profonde intuizioni drammatiche, ma anche di leggiadre
eleganze. Dopo la discontinua Forza del Destino (Pietroburgo
1862), il Don Carlos (Parigi 1867) segna un'altra tappa
decisiva: Verdi vi si rivela capace di dominare e reinterpretare
compiutamente, in una nuova luce, le convenzioni del grand-opéra,
creando un dramma tutto incentrato sulla psicologia
intensamente chiaroscurata di tre dei protagonisti. In
diverso clima, anche in Aida (Il Cairo 1871) si nota la capacità
di scavare nell'intimo di alcuni personaggi riducendo a sfondo
la spettacolare ambientazione, dall'intreccio con la quale quello
scavo riceve maggior risalto. Con l'isolata esperienza della
Messa da requiem (1874) Verdi si confronta spregiudicatamente con
il testo liturgico, reinterpretandolo alla luce della propria
tragica visione, poi si chiude in un lungo silenzio. La
collaborazione con Boito, avviata con il rifacimento del Simon
Boccanegra, fu determinante nella genesi delle due ultime opere,
Otello (Milano 1887) e Falstaff (Milano 1893) entrambe
ispirate a Shakespeare, entrambe concepite ormai al di fuori
degli schemi dei pezzi chiusi, della distinzione tra aria e
recitativo, schemi già prima più volte messi in
discussione, ma qui definitivamente aboliti. Non è
questo altro che un aspetto della novità del linguaggio
dell'ultimo Verdi, nel cui raffinatissimo stile strumentale si
avverte una lucida attenzione anche a fatti fino allora estranei
alle tradizioni melodrammatiche italiane. La distaccata
comicità di Falstaff, con i suoi risvolti sorridenti e
amari, con le sue ambiguità e le sue disincantate
ironie, segna l'addio al teatro dell'anziano compositore, che
negli ultimi anni compose ancora soltanto i Quattro pezzi sacri
(1886-97). La sua morte, il 27 gennaio 1901, fu sentita come
un lutto nazionale. Nel 1997 fu istituito, con decreto del
Presidente del Consiglio, un comitato nazionale per
l'organizzazione di una nutrita serie di eventi culturali in onore
di Verdi, svoltisi quattro anni dopo in occasione del primo
centenario della sua morte.
Istituto
nazionale di studi verdiani
Sorto a Parma nel 1959, è
stato riconosciuto dallo Stato italiano nel 1963. Diretto da
Mario Medici e, dal 1980, da Pierluigi Petrobelli, l'Istituto si
dedica all'acquisizione dell'epistolario verdiano e della
documentazione secondaria, nonché agli studi storici,
filologici e analitici sull'opera di Verdi.
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