VILLA ROMANA DEL CASALE A PIAZZA ARMERINA  
 

II MOTIVI DELLA SCELTA

LA VILLA ROMANA DEL CASALE È STATA INCLUSA NELL’ELENCO DEL PATRIMONIO DELL’UMANITÀ PERCHÉ È UNA RESIDENZA CHE TESTIMONIA IN MODO COMPLETO NON SOLO LA VITA DURANTE L’ULTIMO SCORCIO DELL’IMPERO ROMANO, MA ANCHE IL COMPLESSO SISTEMA DI RELAZIONI ECONOMICHE, SOCIALI E CULTURALI IN CUI ERA INSERITA, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AL BACINO DEL MEDITERRANEO.

PATRIMONIO DELL’UMANITÀ: DAL 1997

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LA VILLA DEL CASALE, PRESSO L’ABITATO DI PIAZZA ARMERINA, È SENZA DUBBIO LA PIÙ GRANDE E LA PIÙ LUSSUOSA RESIDENZA ROMANA CONOSCIUTA. LA QUALITÀ E L’ESTENSIONE DEI SUOI MOSAICI PAVIMENTALI, STRAORDINARIAMENTE RICCHI PER VALORE ARTISTICO E VIVACITÀ TEMATICA, NE FANNO UN EDIFICIO ASSOLUTAMENTE UNICO AL MONDO, UNA SORTA DI “OTTAVA MERAVIOGLIA” DELL’ARCHEOLOGIA.

La Villa del Casale è una testimonianza fondamentale sulla civiltà romana: i suoi mosaici, oltre a evidenziare un originale linguaggio figurativo, sono un eccezionale documento di costume, che ha consentito di approfondire molti aspetti della vita quotidiana e degli scambi culturali nel tardo Impero Romano.

LA RESIDENZA DI UN UOMO IMPORTANTE
Fin dall’inizio degli scavi, nel 1950, apparve chiaro che si trattava della residenza di un ricco proprietario o dell’amministratore di un grande latifondista. Due ritratti rinvenuti all’interno della villa, in particolare, potrebbero rappresentare i membri della famiglia del proprietario. Gli studi stratigrafici rivelano che la prima versione della villa fu concepita in un periodo che oscilla dal primo secolo dell’era cristiana fino all’epoca della Tetrarchia, alla fine del III secolo. Diversi elementi sembrano indicare che l’edificio fu distrutto da un terremoto nel primo decennio del IV secolo. Sui resti della vecchia villa ne fu edificata una nuova, caratterizzata da una grande monumentalità. Databile tra il 320 e il 370, la fastosa costruzione lascia intuire che fu commissionata, se non da un imperatore romano, almeno da un ricco possidente terriero della regione. Alcuni studiosi sostengono l’ipotesi che l’edificio appartenesse al potente Massimiano, generale di Diocleziano, ma, a meno di qualche futuro ritrovamento epigrafico, il problema pare lontano da una soluzione certa. Malgrado il progressivo degrado, la villa rimase abitata almeno fino all’età bizantina (VIII secolo), con uno sviluppo ancora più tardo su parte delle rovine, intorno alle quali nei secoli X-XII s’insediò un abitato normanno.

PIU’ CHE UNA VILLA, UN PALAZZO
L’edificio fu concepito secondo il modello delle ville romane, ma con una fastosità e una monumentalità senza pari, al punto da farla apparire più che una villa un vero e proprio palazzo. Costruito su terrazze digradanti, copriva un’incredibile estensione: fino ad ora gli scavi hanno portato alla luce una superficie pari a circa 4000 metri quadrati. Il complesso è articolato in tre grandi raggruppamenti collegati tra loro in modo omogeneo: l’ingresso principale con il quartiere termale, caratterizzato dalla presenza di una palestra, del frigidarium, del tepidarium e del calidarium, nonché di ambienti accessori come la piscina o la saletta per i massaggi, il grande peristilio con al centro una vasca, sul quale si aprono le camere di soggiorno e la foresteria, e dal quale si accede, tramite il grande Corridoio della Caccia, all’aula basilicale e agli ambienti privati; infine il triclinio con il cortile ellittico colonnato, luogo destinato a ospitare i banchetti di rappresentanza. La funzione delle sale, oltre che dalla loro disposizione e articolazione, è evidenziata quasi sempre dalle chiare allusioni dei soggetti rappresentati negli splendidi mosaici pavimentali.

I DUE MAESTRI DEL MOSAICO
Caratteristica singolare di questa villa, costituita da più di cinquanta stanze, è la presenza in oltre quaranta di esse di straordinari pavimenti a mosaico, che ricoprono una superficie di ben 3500 metri quadrati e che risalgono al periodo più avanzato dell’arte musiva. A giudicare dalla qualità dei lavori e dalle scene rappresentate, dovrebbero essere opera di artisti provenienti dall’Africa settentrionale. Nei mosaici si possono osservare due stili molto diversi. Ciò ha fatto pensare alla mano di due distinti maestri che lavorarono contemporaneamente ai pavimenti della villa. Il primo utilizzò uno stile classico, consacrato soprattutto alle scene mitologiche, mentre il secondo raffigurò quadretti più realistici basati sulla vita quotidiana dell’epoca. I temi affrontati sono molto vari. Si spazia dalle tradizionali scene mitologiche e di caccia, comuni a molte altre ville romane, ai mosaici che illustrano la vita domestica o che riproducono con grande fedeltà animali e piante. Uno dei soggetti più interessanti è la Grande Caccia, raffigurante la cattura di animali feroci e selvatici, destinati ai giochi circensi, rappresentati in maniera particolarmente realistica. Tra i mosaici che descrivono tranquille attività domestiche, il più famoso è quello che si trova nella Sala delle Dieci Ragazze, in cui sono immortalate dieci fanciulle che praticano esercizi ginnici vestite di un costume in tutto simile a un “bikini”.

 

 

 

 

 

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