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JAZZ
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qualche sorriso |
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JAZZ
E SESSO di Alberto Arienti
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Quando
Armstrong suonava era come una vera, sana scopata. Allegra,
liberatoria, con quel briciolo di determinazione a trapanare che
esplodeva con degli acuti da stupro. E la sua voce era il gemito del
godimento, prolungato all’infinito.
Parker, invece, era la violenza sessuale, lo stupro fattosi musica. La
donna, la canzone, erano prese rigirate sottosopra con una violenza
lucida micidiale: alla fine sia la donna che la canzone erano due cose
diverse.
Gillespie era l’esibizionista che mostrava alle melodie più
virginali la bellezza della sua tromba in tiro, unica tromba che aveva
il tubo in verticale, sempre in erezione. I suoi assoli erano sempre
una esibizione di quanto era bravo, ma in sostanza si limitavano a
millantare una potenza sessuale che non esplodeva quasi mai.
Miles era l’onanismo puro, era sempre solo con la sua tromba anche in
mezzo all’orchestra di Gil Evans. Mai la solitudine fu cantata
così meravigliosamente, ed i suoi segreti piaceri.
Trane era l’ossessione dell’impotenza, ovvero l’enorme
difficoltà a chiudere il discorso, a venire. Ogni volta la
strada era più complicata, involuta, sofferta, ogni volta i
tempi diventavano sempre più lunghi: si aveva l’impressione di
aver perso la strada ed il vigore. Poi, come per incanto tutto si
risolveva, quasi con facilità e l’urlo liberatorio finale era
quello di una belva che ancora una volta si era salvata.
Anche Ornette, degno erede di Parker, faceva dello stupro in musica, ma
il suo non era la violenza del singolo, bensì quella gruppo che
a turno violenta la preda e che poi fa da coro alla violenza degli
altri. Aiutato, a seconda dei casi, dai ben noti teppisti di nome Don
Cherry, Eric Dolphy, Freddy Hubbard, Dewy Redman, ha seminato tanto
terrore ed anarchia che molti non glielo perdonano ancora.
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