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JAZZ
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on
the funny side
qualche sorriso (amaro) |
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UN
BASTARDO DI NOME JAZZ
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Era nato a
New Orleans a inizio secolo. Suo padre Ritmo era nero africano,
fantasioso, solare, fanfarone; sua madre Armonia, era europea, bianca,
per bene, sempre indaffarata a tenere tutto nell’ordine tonale tanto
caro a lei.
Ma c’erano sempre blue notes che le scappavano da tutte le parti e lei
non sapeva mai che fare.
Passava la maggior parte del tempo nei casini di Storiville, a suonare,
ridere ed a scopare. Scoppiava vigore e gioia di vivere da tutti i
pori.
Suo cugino maggiore Blues lo guardava stupito e non capiva come si
potessero suonare dei brani tristi col piglio la sfrontatezza di
Armstrong, Boddy Bolden, Earl hines, Sidney Bechet....persino i
funerali erano un pretesto per ballare e far casino.
E Blues scuoteva la testa e pensava “questi giovani si devono dare una
calmata..” Quando arrivò la crisi ed i bordelli chiusero in
massa, se ne andò a vivere al nord a cercare il successo.
Trovò intanto lavoro. Risistemava traballanti orchestre da ballo
bianche che non avrebbero mai prodotto swing, in macchine di successo,
con tutti i giovani che ballavano al suo ritmo. Ovvero al ritmo che
lui, di nascosto cercava di iniettare in bande che avevano ancora nei
cromosomi le marcette guerriere e le mazurche della vecchia Europa.
Paul Whiteman, Glenn Miller, i fratelli Dorsey per citarne qualcuno si
facevano ricchi alle sue spalle, costringendo in seconda fila quelli
che più avrebbero meritato gli onori (Ellington, Basie, Flecher
Henderson).
Ma si sa.. erano neri e poi la loro musica non conosceva la saccarina,
ingrediente allora molto usato. E divenne poco alla volta un bastardo
bifacce: Di giorno cercava di ripulirsi imparando le buone maniere da
Benny Goodman, di notte si scatenava in composizioni che
disarticolavano la grammatica swing con Bird, Dizzy e Monk in prima
linea. Ed era un lasciarci la pelle, non solo fiato e sudore.
Il pubblico non sembrava mai sazio di novità: non si
accontentava di chiedere a Lester Young di stracciare Coleman Hawkins,
voleva che di notte in notte superasse sé stesso: nella continua
ossessione di rinnovarsi bruciava la sua più bella
gioventù con una brama insaziabile.
E Blues assisteva e scuoteva la testa come per dire “ ma dove vuoi
andare se poi alla fine devi ritornare qui” e l’altro che gli
rispondeva “Ho BO Sci Ba” che poi voleva dire “Certo che ritorno
lì, ma ogni volta che torno riparto diverso, mentre tu sei il
monumento a te stesso”. Alcool, droga, sesso erano gli ingredienti
inevitabili di questa corsa all’estasi ed al massacro: perché se
è vero (ed è vero) che il jazz ha regalato a tanti
relitti dei vicoli più squallidi, il biglietto di prima classe
(facciamo di seconda..) per il successo e la fama che mai avrebbero
acchiappato in nessun altro modo, è anche vero che ha sempre
presentato dei conti assai salati, alla fine.
Billie Holiday, Lester Young, Bud Powell, Parker sono i nomi più
grandi tra queste, diciamo .. pure vittime, ma in realtà sembra
evidente che c’era come un dio pagano assetato di vite umane che
dovevano alimentare la musica che, nella sua vitalità, divorava
se stessa. E se è vero che se eri nero tutto questo effetto si
moltiplicava all’infinito, anche per molti bianchi questa specie di
maledizione, che alla fine divenne addirittura cliché, ebbe
pesanti conseguenze. Bix, Chet, Art Pepper sono i primi nomi che mi
vengono in mente, ma ce ne sono tanti altri.. Quando poi i giovani si
stancarono dello swing e rifiutarono il bebop, allora per un momento
sembrò arrivata l’ora della rivincita di Blues. Come se la
rideva quando sentì i primi successi di Chuck Berry, Little
Richard, ed anche quelli di Elvis. “Avete visto che siete tornati al
Blues, anzi alla sua versione più profana e gioiosa... al Rithm
and Blues! Aveva ragione, ma i frutti non furono i suoi: presero le sue
canzoni e le ripulirono nei testi .. via tutte le allusioni al sesso
tipiche del Blues. Addolcirono la musica togliendo i fiati ed
aggiungendo qualche chitarra country e soprattutto diedero una pedata
in culo ai cantanti neri, troppo aggressivi, e li sostituirono con
tanti bei teen-agers bianchi. Era nato il Rock and Roll.
E quel bastardo
di jazz, che si era accontentato delle briciole nel periodo d’oro dello
swing, si ritirò al buio di localetti per pochi appassionati
diventando un bell’oggetto per pochi, adorato dagli intellettuali
europei, ma sempre più marginale nel suo paese. E nella sua
marginalità continuò ad esprimere il suo meglio ed una
grande parte del meglio di tutta la musica moderna contemporanea. Per
un momento riuscì anche a dar voce alla ribellione più
totale e viscerale della gioventù nera, un unico grido che
bruciava come lava e che chiedeva libertà. E nel prendersi
questa libertà distrusse gli ultimi legami col suo passato,
allineandosi paradossalmente all’anima europea della musica colta, che
era arrivata alla sua dissoluzione con un processo durato secoli e
secoli.
Il nostro bastardo si ritrovò con un pugno di mosche in mano, un
passato maestoso alle sue spalle, buttato via, nell’ansia continua di
superarsi, ed un futuro tutto fatto di professorini pronti coi loro
strumenti a spiegarci il tutto suo passato.
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