La discografia di Chet Baker è sconfinata ma i dischi passati alla storia non sono moltissimi.
Eppure è difficile trovare un disco che non riservi qualche emozione profonda, emozione
di tipo musicale e non dovuta all'alone di poeta maledetto che gli si era appiccicata col tempo.
Questa apparente contraddizione si spiega col fatto che Chet aveva una grande musicalità,
una enorme sensibilità ed una forte voglia di suonare sempre cose nuove.
Il suo successo iniziale, nei primi '50, è improvviso e folgorante: My funny Valentine, incisa
col quartetto di Jerry Mulligan, lo lancia tra le nuove stelle del jazz.
La sua tromba morbida e senza vibrato si riallaccia a quella di Bix (ma anche al nuovo
guru Miles Davis), ma il contesto è più morbido (anche se Chet allora suonava spesso bop)
e Chet è bello e bianco ed oltretutto canta con una "voce d'angelo".
Gli elementi per costruire un nuovo idolo per i giovani ci sono tutti, e per un po' funzionano,
ma qualcosa non quadra e la droga lentamente lo conquista e divora.
Fugge in Europa, dove è amatissimo, ma in Italia viene arrestato e condannato.
Quando esce di carcere comincia il suo vagabondare per il mondo, in America era ormai
un ex, ma Europa e Giappone erano ancora un ottimo mercato.
Si circonda di musicisti del posto (a volti buoni, spesso mediocri) e lo scarso affiatamento
si nota in alcune incisioni.
Adesso non è più il James Dean del jazz, sembra piuttosto un Jack Palance buono
ma completamente avulso dal mondo. Anche la sua voce ha perso la cristallina
purezza che tanto aveva scandalizzato all'inizio. Nel suo lento vagare nel suo
inferno quotidiano, incide una marea di dischi, per farsi qualche soldo per la droga,
con piccole etichette in formazioni la più svariate.
Il fascino di queste incisioni, pur con i limiti indicati, dura ancora adesso, per cui si può
tranquillamente dire che qualsiasi suo disco uno compri, rimarrà comunque soddisfatto.