La carriera artistica e la vita di Art Pepper sono nettamente divise in due:
in mezzo c'è la droga, l'isolamento, le rapine, il carcere, un buco nero che sembra
non avere fine.
Prima c'era un solista elegante, agile e raffinato, più attento a Lee Konitz che a
Charlie Parker, ma privo di quell'intelletualismo che ha spesso frenato il primo.
Si rivela presto nell'orchesta di Stan Kenton e sulla West Coast diventa subito
un idolo.
Dopo c'è un uomo ferito che a fatica riprende a tessere la sua tela musicale,
umanamente è un essere perso nel vortice dei suoi demoni, ma musicalmente
ha ancora molto da dire; certo la leggerezza è finita per sempre, sostituita
da un dolore viscerale che diventa bellezza; ora è molto più vicino a Parker nel
fraseggio, come è forse inevitabile che lo sia.
Sembrano due universi sonori di due differenti musicisti (e in un certo senso lo sono)
e sono entrambi da conoscere e frequentare.