PALAZZI IMPERIALI DELLE DINASTIE MING E CH'ING

CINA

UBICAZIONE: nella parte nordorientale del paese, al centro di Pechino, la capitale, a 39° 55' di latitudine Nord e 116° 23' di longitudine Est

MOTIVI DELLA SCELTA

DENOMINAZIONE: Palazzi imperiali delle dinastie Ming e Ch'ing

PATRIMONIO DELL'UMANITÀ dal 1987

I palazzi imperiali della dinastie Ming e Ch'ing, situati all'interno della Città Proibita, furono per cinque secoli il cuore dell'immenso Impero Cinese. Costituiscono la più importante e meglio conservata testimonianza dell'arte cinese e sono il simbolo di un'architettura completamente al servizio del potere supremo

 

SEDE DEL POTERE SUPREMO DELL'IMPERO CINESE PER OLTRE CINQUE SECOLI, LA CLTTÀ PROIBITA, NOME CON IL QUALE SI INDICANO NORMALMENTE LE MURA DI CINTA E IL PALAZZO DELLE ULTIME DUE DINASTIE DEI FLGLI DEL CLELO, COSTITUISCE L'OPERA PIÙ RAPPKESENTATIVA E MEGLIO CONSERVATA DELL'ARTE IMPERIALE CINESE, È INOLTRE L'N PERFETTO ESEMPIO DI ADATTAMENTO DELL'ARCHITEH LKA ALLE ESIGENZE DI UN SISTEMA POLITICO BASATO SUL POTERE ASSOLUTO E SULLA DIVINIZZAZIONE DEL SOVRANO

Durante la sua lunga storia, la Cina ha attraversato epoche di splendore e di decadenti, di unificazione e di disgregazione; in diverse occasioni ha subito il dominio di popolazioni straniere, che la sua forte cultura riuscì sempre ad assimilare, e ha visto la riconquista del potere da parte di dinastie autoctone.
E, quasi sempre, si è mantenuta isolata. Un Paese così vasto, così sfaccettato, poteva sicuramente essere autosufficiente. Il suo sviluppo culturale fu precoce e solitario; quando, grazie alla Via della Seta, cominciarono a farsi sentire le prime influenze del mondo esterno, la cultura cinese era così antica, così consolidata, che ne venne appena scalfita. Anche quando assimilò elementi di culture straniere, come il buddismo, riuscì sempre ad adeguarli alla propria peculiare visione del mondo.

I MlNG, OVVERO LA NOSTALGIA DEL PASSATO In questo ambito così chiuso e orgoglioso di sé, tutte le ingerenze straniere furono sempre male accolte. Lo splendore e la solidità della dinastia degli invasori mongoli, instaurata a metà del XIII secolo da Qubilay Khan e che conosciamo bene grazie ai racconti di Marco Polo, restarono un episodio isolato, soltanto una breve parentesi nella storia del Regno di Mezzo, nonostante lo stesso Qubilay si fosse rapidamente integrato nella cultura cinese.
Un secolo più tardi una serie di rivolte contadine scacciò i Mongoli, instaurando una nuova dinastia che aveva origini nel sud della Cina.
Il suo fondatore, un anziano monaco buddhista di nome Chu Yiian-chang, la chiamò Ming ("luce") e le diede un carattere fortemente nazionalista e reazionario, con l'intenzione di far tornare l'Impero ai tempi d'oro dell'antica e venerata dinastia Zhou.
La Cina ritrovò il suo tradizionale isolamento e la Grande Muraglia fu rafforzata per impedire nuove invasioni. Fuori dai confini dell'Impero, tuttavia, i tempi stavano cambiando: già in quell'epoca Portoghesi e Olandesi cominciavano a navigare lungo le coste della Cina La dinastia Ming regnò per tre secoli, ma in realtà solo il primo fu veramente un periodo di splendore.
Inizialmente la capitale venne stabilita a Nanchino(Nanjing secondo le nuove norme di trascrizione del cinese), città dalla quale Chu Yuan-chang aveva organizzato le sue campagne contro i Mongoli. Ma suo Figlio Yung-lo, il terzo e più insigne imperatore ming, la trasferì nel 1421 a Pechino (Bejing), più adatta dal punto di vista strategico.
La città era stata fondata nel 1264 da Qu-bilay Khan come sua capitale con il nome di Dadu (la Cambaluc o Khan-ba-liq, la "città del Khan" di Marco Polo) seguendo un rigoroso modello di pianta qua drangolare, riflesso dell'armonia celeste.
Questa planimetria era stata ispirata dai trattati di urbanistica dell'epoca Zhou, ai quali Qubilay, sempre teso all'assimilazione della cultura cinese, aveva aderito dietro consiglio del geomante Liu Binzhong.

I CH'ING, SPLENDORE E DECADENZA DELLÌMPERO Yung-lo modificò questo tracciato spostando le mura nord e sud per trasformarlo in un rettangolo; conservò tuttavia l'ubicazione dell'antico palazzo di Qubilay per costruire la propria residenza, la Città Proibita, riservata rigorosamente ai membri della famiglia imperiale. Le opere di ristrutturazione della capitale e di edificazione del palazzo iniziarono nel 1406; per quasi vent'anni oltre IO 000 artigiani provenienti da tutti gli angoli dell'Impero lavorarono a queste opere fino alla loro ultimazione nel 1421, anno in cui Yung-lo trasferì definitivamente la sua corte a Pechino. L'architettura non ha avuto in Cina l'importanza che rivestì in altre civiltà.
Pochi edifici antichi sono giunti fino ai nostri giorni: in parte questo è dovuto all'uso prevalente di materiali deperibili e in parte all'assenza di quella volontà di conservazione che invece ben presto si manifestò nel mondo occidentale.
II carattere conservatore della cultura cinese è più sottile: riguarda più le tradizioni, le forme e il pensiero, che non i monumenti architettonici. La Città Proibita costituisce, grazie alla sua costruzione piuttosto tardiva, una valida eccezione a questa norma; la sua importanza è poi accresciuta dal fatto che il suo stile, per corrispondere al desiderio di ritorno al passato caratteristico dell'epoca Ming, si ispira ad antichi modelli.
Nel 1644 la dinastia Ming. già molto indebolita, fu vittima di una serie di rivolte interne che consentirono ai bellicosi Manciù di invadere la Cina da nord e di occupare Pechino senza incontrare quasi nessuna resistenza. L'ultimo imperatore Ming si suicidò e i Manciù instaurarono una nuova dinastia che, con il nome di Ch'ing, avrebbe regnato fino alla rivoluzione che nel 1912 depose l'ultimo imperatore, P'u Yi, istituendo la Repubblica.
La Città Proibita, che era stata saccheggiata durante le rivolte contadine che provocarono la caduta della dinastia Ming, fu ricostruita con cura e recuperò la sua funzione di residenza reale all'epoca dei Ch'ing, i quali apportarono pochissimi cambiamenti al complesso. Lo splendore imperiale che si offre oggi all'ammirazione dei visitatori nel cuore della moderna Pechino è, essenzialmente, quello dei primi Ming. e soprattutto quello del suo fondatore Yung-lo.

SCATOLE CINESI La struttura urbana della vecchia Pechino, che conserva ancora le linee generali del tracciato originale, è costituita da una serie di muri di cinta concentrici, simili (non c'è paragone più calzante) alle "scatole cinesi".
La Città Interna racchiude la Città Imperiale e questa, a sua volta, la Città Proibita. Nel XVI secolo a sud della Città Interna si formò un popoloso quartiere commerciale, noto come Città Esterna o Cinese, nome che le fu dato ai tempi dei Ch'ing per differenziarla dalla Città Interna o Manciù, riservata alle principali famiglie che avevano partecipato alla conquista dell'Impero Ming.
La Città Imperiale, riservata all'aristocrazia di corte e agli edifici amministrativi, era circondata da un'alta muraglia, oggi pressoché scomparsa, mentre si conservano integralmente le mura che delimitano il confine della Città Proibita. Vi si accede attraverso quattro porte orientate verso i punti cardinali.
Lo spazio intorno è organizzato intorno a un asse centrale rappresentato da un viale lastricato in marmo e fiancheggiato da nuvole e draghi scolpiti, che poteva essere percorso solamente dall'imperatore sulla sua portantina. Attraverso la Porta della Pace Celeste, a sud della Città Imperiale, il viale consente di arrivare fino alla Porta Sud, principale accesso al palazzo. Attraverso di essa e dopo aver superato la Porta della Somma Armonia, si accede ai tre palazzi dell'Armonia Suprema, dell'Armonia Centrale e dell'Armonia che Protegge, spazio nel quale si svolgeva tutto il cerimoniale di corte.
A nord, la Porta della Purezza Celeste da accesso al palazzo omonimo, residenza privata dell'imperatore, nel cui centro è situato il trono in lacca dorata dei Figli del Cielo.
L'asse centrale termina a nord con il Giardino Imperiale; ai suoi lati si trovano due palazzi minori, un teatro, dei templi e delle case private destinate alle spose, alle concubine, ai figli e ad altri familiari dell'imperatore. Tutti questi edifici sono fedeli a un unico stile architettonico: poggiano infatti su zoccoli in pietra sui quali si leva la struttura principale in legno, coronata da un tetto dolcemente incurvato e coperto di tegole gialle, il colore imperiale.
Una ricca decorazione costituita da figure in bronzo o in marmo che rappresentano draghi, leoni, tartarughe o altri animali, insieme a balaustre in marmo, dipinti e cassettoni in legno intagliato, completano la magia di uno spazio concepito dal terzo imperatore Ming come massima espressione del suo potere.

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